Chiara, il basket e la vita: "E' una scuola di indipendenza"

Bella intervista sul "mattino di Padova" alla nostra Chiara Coltri, capitana del Cus Padova e della Nazionale femminile di basket in carrozzina. Ne pubblichiamo un estratto.

 

Originaria di Caprino Veronese, dove è nata il 25 dicembre 1987, studia Scienze politiche all’Università di Padova, ma è ormai diventata il simbolo del movimento cestistico in carrozzina e in senso lato degli atleti paralimpici.

La sua vicenda è nota. Un incidente stradale a 15 anni le ha tolto l’uso delle gambe, ma non la voglia di vivere. Chiara ha conseguito un brevetto di volo, è andata al poligono di tiro, si è messa a giocare a basket in carrozzina. E pure bene.

«Dopo l’incidente, la mia vita è stata stravolta. Quando però ho scoperto la pallacanestro in carrozzina, ho capito anche che potevo essere ancora autonoma e indipendente. Ho iniziato a spostarmi per le trasferte assieme alla squadra. Vedendo i miei compagni, compresi che ciò che facevano loro riuscivo a farlo anch’io. Ho potuto confrontarmi e consigliarmi con loro. Mi si è aperto un mondo».

Cosa le piace più della pallacanestro in carrozzina?

«Mi diverte perché è uno sport di squadra. Mi sono “innamorata” prima di tutto dell’idea di gruppo, che si riscontra sia dentro che fuori dal campo. Ognuno è chiamato a fare la sua parte e deve pensare a rendersi utile per gli altri per un obiettivo comune».

Al B2B, il sistema valoriale di riferimento è basato su cinque pilastri: costanza, miglioramento, rispetto, lavoro di squadra e talento. Il suo sport, quali valori veicola?

«Lealtà, altruismo e fiducia, che poi al Cus è anche l’urlo, che ci dà la carica prima di entrare in campo».

Lei che giocatrice è?

«Sono una strategica: dove non arrivo con il corpo, uso la testa».

Di cosa ha bisogno il basket in carrozzina per ottenere maggiore visibilità?

«Abbiamo mosso grandi passi avanti, ma servono probabilmente dei giocatori simbolo. Bisogna poi far combaciare il tutto con i risultati. Abbiamo la necessità di allargare la base di reclutamento degli atleti con disabilità. Si fatica ancora a convincere ragazzi e ragazze a uscire di casa per praticare la pallacanestro in carrozzina. All’inizio è difficile, perché è uno sport duro, di contatto. Poi, però, ti si apre il mondo di cui dicevo poco fa».

 

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